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HeartShow

(Galleria la Tartaruga, Roma  -  2013)

 

Il lavoro di Vanessa Palomba è contraddistinto da una continua ricerca formale ed espressiva, una sperimentazione di linguaggio e tecniche in costante evoluzione, mai slegato dal concetto e dal tema che l’artista vuole portare avanti.

 Nei suoi lavori su tela o su carta, accanto a pennellate corpose, segni marcati, punti focali sottolineati da tratti potenti si accostano velature, sfondi in filigrana e texture delicate proprio volte ad accompagnare con tecniche differenti il significato ed i concetti che l’artista ha in mente e che vuole rappresentare, una sensibilità ed un’attenzione alla composizione interna ed alla gerarchia degli elementi espressivi che conducono, catturano o fanno sorvolare lo sguardo dell’osservatore sull’opera al pari di una composizione musicale o di un’opera tridimensionale.

Il legame forte fra idea portante e tecnica espressiva utilizzata è quindi soprattutto evidente nelle opere a collage e nelle composizioni materiche come i suoi “boxes”.

In questa mostra si presenta la serie “Heart in a Box”, una sorta di collezione di cuori in scatola, di declinazione del senso di questo simbolo universale affrontato ora con ironia, ora con una riflessione più amara, ora anche con drammaticità ma sempre cercando di scavare e di riflettere in profondità sul significato di questa icona.

Si parte spesso da espressioni del linguaggio, modi di dire, topos contenenti la parola cuore per cercarne significati e contenuti più profondi e per sottolineare aspetti che spesso tralasciamo: Spina nel cuore, Cuore di pietra, Heavy heart, Colpo al cuore, Heart attack, sono alcuni luoghi comuni del linguaggio quotidiano utilizzati dall’artista come filo conduttore per riflettere su concetti come l’abbandono, la violenza, l’infanzia e la gioia.

 Il giorno di S. Valentino è il momento tradizionalmente legato alla riproposizione, spesso in modo molto stereotipato e commerciale, del “logo” cuore usato per simboleggiare l’amore o l’affetto: in queste opere (forse l’insieme delle quali ne rappresenta una unitaria) si richiede all’osservatore di riflettere anche sulle molteplici facce, sulle implicazioni meno banali che vi si nascondono dietro.

Dentro delle vere e proprie scatole, utilizzando materiali più vari, dalla pittura al collage, fino alla composizione di materiali di recupero trovati come reti in ferro, viti, stoffe, parti di oggetti diverse, prendono forma dei “visual poems”, quasi dei mini-teatrini in cui oggetti decontestualizzati mettono in scena e rappresentano  temi, memorie, vita quotidiana,  sensazioni e sentimenti legati all’idea di “cuore” e a tutto quello che questo simbolo porta inevitabilmente con se’.

 

 

 

 

Alessia Cervelli

Tratto dall’introduzione alla mostra “Un percorso di Carta” 

 (Galleria Contemporanea, Roma - 2009)

 

[….] Ricerche e sperimentazioni l’hanno condotta verso un personale linguaggio espressivo, in cui concetto e materia si uniscono divenendo la base portante dei suoi lavori. Il segno è netto, le linee sono più volte ritoccate come a voler sottolineare l’importanza di alcuni tratti, luci ed ombre si alternano, ampie campiture cromatiche delineano i volumi dei soggetti rappresentati; l’elemento pittorico si fa corposo nell’uso del colore steso con ampie pennellate e nell’impiego di carta e altri materiali che si compongono sulla tela, si impastano e si fondono, creando increspature. Il tratto è dinamico, nei collage come negli acrilici si riscontra un grafismo dominante, a volte marcatamente espresso, altre nascosto al di sotto della superficie, ed anche se in filigrana risulta essere sempre presente in un susseguirsi di complessità e semplificazione, nascono dalla mano dell’artista diverse tipologie figurative tra cui quelle dominanti sono i piedi, la città, le strade, figurazioni rielaborate secondo una propria visione […] E come opere Vanessa li esprime non solo come fondamento del corpo umano, ma anche, a livello concettuale, come sineddoche di esso, del viver quotidiano; è nei piedi che è racchiuso il cammino dell’uomo, il suo pellegrinaggio verso terre lontane, l’esilio forzato di molti che devono allontanarsi dalla propria terra. Soggetto dall’imponente significato metaforico è, dunque, molto più di un mero esercizio di stile. La composizione ne evidenzia l’importanza come unico protagonista: gli sfondi sono neutri e non vi è presenza di alcun elemento distintivo e distruttivo: ne risulta un’astrazione dal contesto che produce un’assolutizzazione dell’elemento raffigurato. […] I toni monocromatici, caratteristica della produzione dedicata ai piedi, lasciano il passo a cromie più cupe senza mai abbandonare però la matericità che caratterizza tutta la produzione di Vanessa Palomba. Città “calvinianamente” invisibili, narrate attraverso il prevalere di stati d’animo diversi, vere o presunte tali, mettono a nudo i desideri dell’artista, la sua brama di libertà e la sua voglia di trovare un luogo dove isolarsi [.…] I colori si fanno squillanti, ritorna il collage che si arricchisce di stoffe, come una coperta patchwork che lega insieme i ricordi, esperienze, unendo lembi di vita apparentemente sconnessi.

 

 

Marco Ancora

Agorà  Magazine

Tratto dal testo critico sulla mostra “Displaced” 

(Galleria 196, Roma - 2008)

 

Displaced vuol dire letteralmente “spiazzato”. In questo caso esprime disadattamento nel senso più ampio e profondo del termine, non solo geografico ma anche, soprattutto, spirituale. […] Dis-placed, disadattati, come lo erano i decadenti-maledetti di fine ottocento. Déraciné come Rimbaud, che terminato nell’arte vaga nelle sabbie africane e, al contrario, Charles de Foucauld, che proprio in quelle sabbie risorge nel richiamo più antico, quello di Dio. Eradicati, estirpati. Oggi purtroppo non c’è più bisogno di cambiare geografie per sentirsi spaesati, siamo disadattati, patologicamente, perchè le nostre vite ci rendono tali nelle nostre stesse città, con le nostre penose vite, le comode abitudini che ci renderanno sempre più piccoli e indifesi […] E poi i piedi di Vanessa Palomba, quei piedi che hanno portato, sopportato, trans-portato. Realismo essenziale e di sintesi in quanto a forma e colore, a rappresentare dinamismo e fatica, indugio e possibilità: i piedi, senza i quali nulla di quanto sopra è successo e si ripeterà.

 

 

Annamaria Marchesini

Introduzione catalogo della mostra “Displaced”

(Galleria 196,  Roma - 2008)

 

 

[…] La sensazione di non appartenere completamente a nessun luogo. Un senso di disagio, che questa giovane artista di madre inglese e padre italiano, vissuta lunghi periodi sia in Inghilterra che in Italia, esprime con grande intensità, attraverso una serie di composizioni nelle quali i piedi sono gli assoluti protagonisti. Piedi tormentati e saldamente radicati per terra. Piedi solidi e grandi, che hanno camminato e sofferto alla ricerca del proprio luogo di appartenenza. Oppure, a secondo dello stato d’animo dell’artista, piedi leggeri, che sembrano volare verso il cielo. […] Così strisce di carta ritagliate o strappate, sottile o spesse e consistenti, brandelli di carta da pacchi che a volte mostrano ancora tracce di timbri o segni casuali, vengono incollati  l’uno accanto all’altro, accavallati, sovrapposti, inseriti là dove servono. […] Poi ecco che pian piano l’immagine si definisce e prende forma, e tutto si amalagama e si semplifica, mentre un segno scuro e rosso-sangue delinea il margine e s’insinua nelle fessure, accendendovi lampi di luce. Quello di Vanessa è un linguaggio materico, scabro e potente, pieno di concretezza. Le sue elaborazioni artistiche, dal taglio inedito, hanno un’eccezionale forza espressiva, e la capacità di rendere l’essenza stessa delle cose nel modo più semplice ed incisivo.

 

 

 

Natasha Bordiglia

Introduzione del Catalogo della mostra “Riciclarti”

(“Ex Macello” – Padova,  2009)

 

 

Vanessa Palomba dipinge usando la carta, carta che proviene da lettere e pacchi ricevuti, da luoghi in cui è stata, da ristoranti in cui ha mangiato, da momenti quotidiani dispersi nella sua storia. La pittura interviene con un gesto deciso su questo materiale non più fragile ma duro e spietato quasi quanto i suoi soggetti. I piedi tagliati dal corpo cui appartengono, appesi come quarti di carne in un macello, sono l’unica immagine che l’opera ci offre. La crudezza si stempera talvolta nella pennellata curva che accompagna la sagoma naturale di quella parte del corpo da lei scelta come prediletta, e presente nella maggior parte dei suoi lavori. I piedi, estremità a contatto con la terra, si fanno carico di tutto il peso dell’esistenza e tracciano e ri-tracciano con il loro incedere strade vecchie e nuove. La sofferenza del percorso, in altre opere più occultata, in Grace si rende palese nel sangue che affiora tra le dita.

 

 

 

Elisa Tassan-Caser

Introduzione del Catalogo della mostra “Riciclarti”

(“Ex Macello” – Padova,  2010)

 

 

Vanessa Palomba è una donna che parla di donne, di quelle donne che anche per lei si sono battute e hanno contribuito ad affermare i diritti sociali che sono, o dovrebbero essere propri di tutte le donne. Queste operaie, martiri involontarie della lotta civile e sociale, le ritroviamo sullo sfondo dell’opera coperte da quello che sembra un velo di polvere, o forse di cenere da cui emergono come protagoniste. L’autrice decide di intrecciarsi e mescolarsi alla loro storia, applicando sulle tele due delle sue camicie come fossero due di quelle 146 bruciate nel rogo, le usa come fossero l’unico mezzo che è rimasto a queste donne, protagoniste mute della tragedia, per comunicare. Vanessa “presta” il proprio vissuto in un gesto di riconoscimento alla storia che ha disegnato il presente. Ritroviamo il suo vocabolario espressivo: applicazioni di materiali appartenuti alla sua quotidianità e al suo vissuto, stesure caratterizzate da gesti morbidi e volutamente non raffinati, la presenza quasi costante del filo rosso che in quest’opera diventa il ponte tra le e le operaie, permettendole di immedesimarsi e di tracciare sulla tela linee che ricordano quelle usate sui cartamodelli per delimitare i tagli tracciati sul tessuto. Ecco allora che Vanessa abbozza una manica, una parte dell’indumento. La storia vive nel presente, in un presente individuale e collettivo.